Giungla d'asfalto
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Dopo questo libro, e dopo il film capolavoro che ne ricavò John Houston, l'immagine «giungla d'asfalto» è entrata nel linguaggio di tutti i giorni: il misto di ansia e disperazione prodotto dell'<i>homo homini lupus</i> delle metropoli convulse. E ansia e disperazione dominano questo noir classico. Riescono a filtrare, pur dal modo antisentimentale con cui il racconto intende presentare un caso di vita autentica criminale, pur dalla cupa obiettività che fanno di <i>Giungla d'asfalto</i> il prototipo di diritto dei romanzi criminali a base sociologica, per i quali il delitto è il risultato inevitabile di condizioni di vita miserabili o disgregate. Il racconto è di un colpo grosso, studiato da un cervello criminale. Il famoso ultimo sgobbo che sistemerà per tutta la vita la banda di gangster raccogliticci, malfidi e malfidati. I loro ritratti restano nella memoria: <i>herr</i> Doktor il genio ideatore, gelido come una macchina e con qualcosa di repellente; l'avvocato finanziatore, potente uomo di mondo e malfattore occulto, inseguito dal fantasma della morte. E poi gli esecutori, ognuno con la sua definita umanità: Louis, l'irreprensibile meccanico di giorno, con la sua famigliola italiana per cui è disposto a tutto; Dix, il giocatore, «di quelli capaci di uccidere», che sogna di poter ritornare alla sua terra; Doll, la sua donna, appassita nella disillusione e disperatamente fedele; Gus, il barman gobbo, che ha in Dix il solo amico e il solo affetto. Nella giungla d'asfalto sono attesi dall'inesorabile destino che denuderà quel fondo di brutale innocenza preservatosi nella lotta per la sopravvivenza.
